Alla fine del 2018, il numero complessivo di posizioni in essere presso le forme pensionistiche complementari è di 8,747 milioni; al netto delle uscite, la crescita dall’inizio dell’anno è stata di 448.000 unità (5,4 per cento). A tale numero di posizioni, che include anche quelle relative a coloro che aderiscono contemporaneamente a più forme, corrisponde un totale degli iscritti che può essere stimato in circa 8 milioni di individui.
Nei fondi negoziali si sono registrate 197.000 iscrizioni in più (7 per cento), portando il totale a fine anno a 3 milioni. L’apporto maggiore alla crescita delle posizioni (circa 160.000) si è registrato nei fondi pensione che hanno attivi meccanismi di adesione contrattuale; alle otto iniziative già esistenti, a partire da gennaio 2018 si è aggiunto anche il fondo rivolto ai lavoratori del settore dell’igiene ambientale (Previambiente).
Nelle forme pensionistiche di mercato offerte da intermediari finanziari, i fondi aperti totalizzano 1,462 milioni di posizioni, crescendo di 88.000 unità (6,4 per cento) rispetto alla fine dell’anno precedente. Nei PIP “nuovi”, il totale degli iscritti è di 3,276 milioni; la crescita nell’anno è di 171.000 unità (5,5 per cento).

Le risorse in gestione
Le risorse complessivamente destinate alle prestazioni dalle forme pensionistiche complementari ammontano, a fine anno, a 166,9 miliardi di euro; il dato non tiene conto delle variazioni nel periodo dei fondi pensione preesistenti e dei PIP “vecchi”.
Il patrimonio dei fondi negoziali, 50,4 miliardi di euro, risulta in crescita del 2 per cento. Le risorse accumulate presso i fondi aperti corrispondono a 19,6 miliardi di euro mentre i PIP “nuovi” totalizzano 30,8 miliardi; nel 2018 l’aumento è stato, rispettivamente, del 2,5 e dell’11,5 per cento.

I rendimenti
L’andamento dei mercati finanziari nel corso del 2018 non è stato nel complesso positivo. I
rendimenti delle obbligazioni governative sono risaliti in misura significativa negli Stati Uniti; si sono mantenuti in media stabili nell’Area dell’euro fatta eccezione per i titoli italiani i cui premi per il rischio sovrano si sono allargati a partire dalla seconda metà dell’anno. Per i listini azionari, l’andamento è risultato contrastato nella prima parte del 2018 per poi peggiorare in modo consistente e generalizzato nell’ultimo trimestre dell’anno.
Le tendenze osservate si sono riflesse sui risultati delle forme pensionistiche complementari, subendo perdite in conto capitale causate dai ribassi dei corsi azionari e dal rialzo dei rendimenti obbligazionari. I rendimenti aggregati, al netto dei costi di gestione e della fiscalità, sono stati in media negativi. I fondi negoziali hanno perso il 2,5 per cento; -4,5 e -6,5 per cento, rispettivamente, per i fondi aperti e per i PIP di ramo III. Per le gestioni separate di ramo I, che contabilizzano le attività a costo storico e non a valori di mercato e i cui rendimenti dipendono in larga parte dal flusso cedolare incassato sui titoli detenuti, il risultato stimato è stato positivo (1,7 per cento).
Più limitato è l’effetto degli andamenti recenti sul rendimento medio annuo composto valutato su orizzonti più propri del risparmio previdenziale. Nel periodo da inizio 2009 a fine dicembre 2018 (dieci anni), i rendimenti sono risultati pari al 3,7 per cento per i fondi negoziali, al 4,1 per i fondi aperti e al 4 per i PIP di ramo III; al 2,7 per cento per le gestioni separate di ramo I. Nello stesso periodo, la rivalutazione media annua composta del TFR è stata pari al 2 per cento.