La scienza e la diffusione di abitudini più salutari hanno favorito l’allungamento della durata media di vita degli individui; tendenza confermata in un numero sempre maggiore di nazioni. In prospettiva si allarga la fascia della popolazione che raggiunge traguardi di età elevata ed entrare a far parte dei “Longennials”, i longevi del Nuovo Millennio.

Il mondo si avvia verso quella che molti hanno già ribattezzato “Longevity Economy”, economia al servizio di una popolazione mondiale sempre più matura. I temi e i problemi che sorgono da questa trasformazione in atto meritano di essere dibattuti su scala nazionale e ai livelli delle istituzioni comunitarie e internazionali.

Anche le compagnie assicurative, nel ruolo sociale che interpretano, devono saper ascoltare, interpretare e difendere i bisogni e gli interessi dei Longennials, che costituiscono uno dei pilastri più rappresentativi nella costruzione e nella tutela dei patrimoni finanziari presenti e futuri.

Se da un lato l’aumento dell’aspettativa di vita ci mette di fronte a sfide per nulla semplici – ad esempio, sostenibilità del modello sanitario e pensionistico del nostro Paese – dall’altro presenta delle opportunità di crescita per alcuni versi inattese. Il fatto che in Italia il 22,3% della popolazione abbia più di 65 anni e, entro il 2050 la percentuale è destinata a crescere ulteriormente, presenta caratteristiche da analizzare sotto il profilo degli sviluppi economici.

Guardando alcuni dati significativi, i numeri ci dicono che in Occidente l’economia della longevità è un dato di fatto. Nel mondo attualmente vivono circa 1,7 miliardi di persone che hanno più di 50 anni: nel 2050, il loro numero dovrebbe raddoppiare, toccando i 3,2 miliardi. Nel frattempo, la popolazione mondiale sarà cresciuta dai circa 7 miliardi di oggi ai 9 miliardi, per poi flettere (attorno al 2060) e tornare gradualmente verso le attuali dimensioni, poco dopo la fine del secolo (2100).

Non è difficile immaginare come la pandemia abbia notevolmente evidenziato le preoccupazioni relative al futuro delle nostre famiglie, della casa e dell’assistenza agli anziani. A questo si aggiunga il fatto che la prevenzione, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro e il progresso scientifico hanno aumentato l’aspettativa di vita, che oggi è di 83,2 anni (Istat, decima edizione “Il benessere equo e sostenibile in Italia”). L’Italia resta comunque uno dei Paesi più longevi del panorama internazionale, anche se un po’ meno rispetto a prima dell’emergenza coronavirus.

Secondo recenti studi di gerontologia, un 65enne di oggi ha la forma fisica e cognitiva di un 40-45enne di 30 anni fa e un 75enne quella di un individuo che aveva 55 anni nel 1980. Questo genera un impatto sulla vita attiva dell’individuo.

Nella nostra realtà quotidiana, gli anziani che arrivano all’età avanzata in buona forma fisica e mentale, sono di fatto ancora attivi e coinvolti nella vita sociale e professionale, così come in quella di figli e nipoti, grazie anche a una patrimonialità e una disponibilità economica senza paragoni. Dai dati di Bankitalia rielaborati da ABI, emerge infatti che gli over 65 in Italia possiedono oltre il 70% della ricchezza nazionale, di cui oltre il 61% in immobili.

La sensazione è che il mondo assicurativo europeo e italiano – a differenza di quello statunitense che da anni è invece attento a questo mercato – stia considerando con poca creatività e troppa prudenza una consistente fascia di popolazione. Se gli anziani negli anni ‘50 avevano davanti a sé, al momento del pensionamento, mediamente altri dieci anni di vita, oggi invece i “Longennials” possono aspettarsi di vivere altri 20-25 anni. Di fronte a un 65enne c’è ancora spazio per un quarto di vita.

Nonostante le ripercussioni della pandemia sulla salute degli anziani, è probabile che anche la Silver Economy, in forte crescita prima dell’emergenza coronavirus, possa proseguire il suo cammino. Le compagnie dovranno necessariamente porre un’attenzione diversa al tema della salute per le categorie più fragili, con l’obiettivo di contribuire alla costruzione di un sistema di welfare più solido. Il nostro impegno sarà infatti sempre più rivolto a far passare il messaggio che le assicurazioni lavorano per migliorare nel presente il nostro futuro.

Già prima dell’avvento del Covid, il Censis scriveva che 100 euro investiti nella cosiddetta “White Economy” (ossia, il settore dei servizi sanitari e assistenziali rivolti ai meno giovani e ai disabili) generano 158 euro di reddito addizionale nel sistema economico. E ogni 100 nuove unità di lavoro in questo settore generano altri 133 posti di lavoro in altri ambiti produttivi.

In tempi di emergenza sanitaria, l’industria della cura della persona – e l’incremento insieme della telemedicina e della teleassistenza – sta spostando l’asse del dibattito relativo al wealth management. Utilizziamo la finestra che si è aperta per colpa della pandemia per allinearci all’innovazione tecnologica che ci aiuta a immaginare nuove forme di protezione e di assistenza a distanza.

Penso alla Telemedicina, che ha registrato un’accelerazione imprevista e repentina. Negli Stati Uniti prima del Covid solo il 10% degli operatori sanitari aveva visitato pazienti tramite telemedicina. Ora la quota è salita all’80%, con il 57% delle consultazioni che avviene da remoto. Un fenomeno che anche da noi in Italia è destinato a crescere, più che mai con le difficoltà a raggiungere “in presenza” ospedali, ambulatori, studi medici e pronti soccorsi.

Aggregare eccellenze diventa a mio avviso una delle possibili strategie per fare passi concreti nella direzione di un cambiamento culturale. Penso a partnership tra compagnie strutturate e aziende (o start up) hi-tech di alta qualità, focalizzate in tele-medicina e tele-assistenza. Siamo dunque alla vigilia di una stagione in cui brand globali non sanitari amplieranno il loro raggio d’azione verso il settore sanitario, in collaborazione con start up digitali che ne modificheranno le tradizionali dinamiche competitive?