L’invecchiamento della popolazione è un business trasversale a ogni comparto economico: non solo polizze vita e piani pensionistici integrativi ma telesalute, edilizia abitativa, trasporti, alimentazione, turismo.

SILVER ECONOMY. La terza età, allungata ormai alla quarta dalla medicina, permea ogni settore della società e il business silver è un “mercato” che plasma tutti gli altri, destinato a crescere ben oltre il 2023. Una fetta strategica della sua clientela, anch’essa sempre più digitalizzata, per cui il settore assicurativo dovrà proseguire ad aggiornare prodotti e interazioni con l’ecosistema di strutture che gli ruota attorno. Secondo i dati WIPO Assistive technology trends, ad oggi oltre 1 miliardo di utenti al mondo ha bisogno di tecnologia assistiva: cifra che dovrebbe raggiungere i 2 miliardi entro il 2050. In Italia nei prossimi anni gli over 65 diventeranno oltre un terzo della cittadinanza: già oggi, che sono 14 milioni, ne rappresentano quasi il 24% e, in alcuni territori, le pensioni superano gli stipendi. In base alle proiezioni demografiche Istat, nel 2050 arriveranno al 35%.

Con i redditi erogati agli enti previdenziali, tra frammentazione delle carriere e contrazione dei contributi, questo target – che ha il minor indebitamento ed è l’unico in cui il reddito è aumentato e il rischio povertà diminuito – ha necessariamente bisogno di servizi aggiuntivi e alternativi per “godersi la vecchiaia”. La ricchezza totale della categoria è di 4mila miliardi di euro (oltre il 41% di quella complessiva degli italiani), 2.558 dei quali in beni immobili. Tra i 4,6 milioni di persone a cui danno lavoro, ci sono anche agenti e broker chiamati a proteggere: da una parte patrimoni, risparmi e pensioni; dall’altra salute e, soprattutto, qualità̀ della vita. Per questo le compagnie studiano un’offerta flessibile e modulare, in bundle, rivolta non più soltanto al semplice risarcimento danni, al rimborso della visita specialistica o all’emergenza contingente ma alla prevenzione, all’assistenza e alla pianificazione delle personali esigenze sanitarie. Obiettivi che rappresentano anche missioni del Pnrr.

CYBER RISK. Altro trend dell’anno, accelerato da transizione digitale e smart working, è la cyber security: tema di urgente attualità per un mercato italiano ancora immaturo per la sottovalutazione, da parte delle aziende, della necessità di adottare iniziative strutturali di prevenzione e gestione del pericolo che va conosciuto e affrontato, sviluppando adeguate misure di protezione. E’ necessario formare professionisti capaci di individuare le corrette soluzioni assicurative contro il rischio cyber, in grado di minare alle fondamenta la fiducia e la credibilità dell’infrastruttura digitale su cui, invece, si è tanto investito. L’Osservatorio Cybersecurity & data protection di Osservatori.net ha rilevato che il 60% delle grandi imprese italiane ha incrementato il budget per la sicurezza informatica nel 2021 per un valore complessivo di 1,55 miliardi di euro, pari al +13% annuo.

La metà si è dotata di uno Chief information security officer. Nonostante questo l’Italia, dove operano circa 3mila imprese anti-hacker, è ultima tra i Paesi del G7 per spesa in cybersecurity: appena lo 0,08% del Pil. Polizze dunque a protezione di banche, compagnie, agenzie, finanziarie e studi professionali dalle responsabilità, derivanti da violazione di privacy e dispositivi di sicurezza, relative alla perdita o diffusione non autorizzata di dati sensibili di terzi. Prodotti – da elaborare tramite penetration test e attività di vulnerability assessment – che coprano i danni subiti dai clienti e dalla stessa azienda in termini reputazionali e produttivi, dovuti al blocco e ai successivi tempi e costi di ripristino dei sistemi “hackerati”, con premi variabili in funzione del fatturato e del limite di indennizzo prescelto.

CLIMATE CHANGE. Terzo trend globale, altrettanto trasversale e sottovalutato, è il cambiamento climatico. La frequenza di eventi meteo estremi deve far entrare il rischio catastrofale nelle agende dei cda, senza ridurre i criteri ESG a meri indici di marketing: il loro rispetto è condizione di assicurabilità e la consulenza di agenti e broker sarà strategica nell’individuare procedure sostenibili. Nel nostro Paese meno del 13% delle polizze per fabbricati presenta estensioni assicurative per i danni climatici. Di queste, solo il 3% copre ogni genere di rischio – oltre il terremoto o la alluvione – provocato non solo dal clima ma anche dall’incuria delle amministrazioni verso un territorio nazionale in gran parte a rischio sismico e idrogeologico. I costi sostenuti dall’intervento pubblico per recuperare il recuperabile incidono nel budget per la messa in sicurezza preventiva di città e campagne: il risultato è che migliaia di cittadini non hanno più rivisto la loro casa, il loro ufficio, la loro fabbrica.

La copertura in Italia è una goccia nell’oceano se pensiamo che nella vicina Francia oltre il 90% dei fabbricati è assicurato contro tali pericoli perché, banalmente, privati e imprese sono obbligati per legge a stipulare una polizza antincendio sugli immobili che contenga, appunto, una clausola contro tutte le calamità naturali. Oltralpe, inoltre, esiste un ottimo sistema di riassicurazione pubblica che permette l’emissione di queste polizze con premi equilibrati. Per questo governo e Ania starebbero studiando un sistema di assicurazione almeno “semi obbligatoria”, sul modello francese.