di Giuseppe Gaetano, chief editor

Le recenti stime di Munich Re e Swiss Re sui danni risarciti l’anno scorso dalle assicurazioni per i cambiamenti climatici stanno trovando conferma in vari recenti report.

Il GAR 2022 (Global Assessment Report on Disaster Risk Reduction) sottolinea come siano i Paesi i paesi a reddito medio-basso a perdere più Pil. Lo studio dell’ong britannica Cristian aid, “Counting the cost 2022: a year of climate breakdown”, pone la siccità in Europa tra i 10 maggiori disastri climatici più costosi dell’anno scorso: almeno una ventina di miliardi solo per i danni assicurati, che in Italia sono la minor parte. L’aumento delle polizze agricole contro le calamità naturali registrato nel nostro Paese è irrisorio di fronte a un fenomeno che ha bisogno di una partnership tra Stato, banche e compagnie se vuole davvero arginare le perdite. Non può ricadere solo sul privato la responsabilità di una probabilità di eventi estremi e di un’estrema vulnerabilità del territorio, che hanno spostato il rischio da “possibile” a quasi “certo”, secondo soltanto al rischio informatico nelle preoccupazioni di tutte le aziende: dovrebbero risponderne anche le istituzioni, con opere di prevenzione e messa in sicurezza infrastrutturale.

Anche in questi giorni, se gli Appennini sono finalmente riusciti ad aprire gli impianti di risalita dopo festività con temperature autunnali, il Sud è stato spazzato da un’ondata di maltempo che ha creato ennesimi danni e disagi. Per i comparti esposti a rischi fisici, c’è poi il pericolo degli impatti a catena dai danni diretti – su produzione, forniture, lavoro – che vanno parimenti valutati nei premi delle polizze. La domanda è: può esserci un’appropriata mappatura, che disponga di metodologie di analisi di scenario specifiche per i singoli debitori, per la stima quantitativa di un rischio – quello climatico – sempre in fieri, che evolve repentinamente? Anche lato credito occorrono competenze interdisciplinari, che forniscano dati per costruire e gestire il portafoglio: diverse banche hanno avviato stress test climatici, sviluppando modelli interni o esternalizzando questa attività.

L’affare è oneroso e sconveniente per tutti, Stato e privati, ma – dal punto di vista delle emissioni inquinanti, che producono il cambiamento climatico – diverse compagnie assicurative stanno facendo il loro, disinvestendo nelle fonti fossili. Il rapporto “The 2022 Scorecard on Insurance, Fossil Fuels and Climate Change” della campagna Insure Our Future, di cui fanno parte ReCommon e Greenpeace, mette il continente europeo in testa grazie alle scelte di Allianz e Axa Capital, e ad Hannover Re e Munich Re che stanno uscendo da petrolio e gas. Ultimi gli statunitensi Berkshire Hathaway e Starr e il vettore delle Bermuda Everest Re. Ottimo sesto posto in classifica per Generali, che punta al 100% di energia elettrica rinnovabile entro il 2025, a dire stop al carbone come Unicredit al 2030 e diventare infine climate negative al 2040.

Il cambiamento climatico, tra i Global Risks Report 2023 dell’ultimo World Economic Forum, è dietro tutto: crisi energetica, approvvigionamento di generi alimentari e quindi impennata del costo della vita e del debito pubblico. La Net-Zero Insurance Alliance, ritrovatasi a Davos, si è impegnata a trasferire il proprio portafoglio di sottoscrizione assicurativa a zero emissioni nette di gas serra entro il 2050. Ma “nessuna società può affrontare da sola con successo la crisi climatica – ha commentato nell’occasione Philippe Donnet, ceo di Generali -, è necessario uno sforzo comune a livello globale e il nostro settore, pilastro di ogni economia prospera, gioca un ruolo chiave”. E si torna al discorso della necessaria collaborazione con i governi nazionali e le altre imprese d’ogni comparto.

Clima, Gap Assicurativo da almeno 150 Miliardi l’anno a livello Globale